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Le registrazioni sul campo (61)

Nel vivo degli eventi rituali e festivi

Nel pubblicare i sette microsolchi de "La tradizione in Campania", De Simone dichiarava, nel luglio del 1978, di essersi attenuto a presupposti e convinzioni acquisite durante quindici anni di ricerca sull'espressività popolare in Campania che lo avevano indotto a discostarsi dal criterio, assunto come norma metodologica irrinunciabile nell'ambito della ricerca etnomusicologica, di limitarsi a registrazioni sul campo per quanto riguardava le fonti della cultura orale: norma che lui stesso aveva rispettato registrando "con rudimentali apparecchi i primi documenti popolari" basandosi "essenzialmente sull'informatore e cioè registrando musiche e canti sul ricordo e la testimonianza degli esecutori" (R. De Simone, Introduzione a Canti e tradizioni popolari in Campania, Lato-Side, 1979, alla quale si fa riferimento anche in seguito). 
L'idea di registrare in sala d'incisione, dettata dalla constatazione che "esistevano in Campania esecutori popolari la cui eccezionalità stilistica meritava di essere fissata meglio che non con il registratore portatile", era inizialmente orientata a integrare il materiale raccolto sul campo con "qualche registrazione che esaltasse in condizioni ottimali il virtuosismo musicale degli esecutori": l'esito fu esattamente l'opposto per cui i sette microsolchi, pubblicati l'anno dopo, integravano, con qualche documento sul campo, quanto si era venuto spontaneamente delineando in sala d'incisione.
Con le prime registrazioni era infatti emerso come "la forza e la verità espressiva delle esecuzioni non soffriva la minima alterazione" per una serie di motivi che riguardavano il rapporto personale stabilito con gli esecutori che si presentavano in gruppo e la prossimità con l'evento festivo e rituale di cui dovevano dare testimonianza, stabilendo così, anche in studio, un "reale momento espressivo".
Su queste premesse nacque l'idea di impostare l'opera discografica "non solo per aree geografiche, per stili musicali, quanto essenzialmente sui linguaggi", "linguaggi antichi e pur sempre nuovi nel momento che c’è una voce, un esecutore in grado di articolarli ed una comunità in grado di recepirli". Le perplessità riguardo al restituire in una sala di incisione "il linguaggio più puro dei canti e delle musiche tradizionali" venivano "totalmente" smentite dai risultati, vale a dire "il grado di tensione e verità raggiunto nelle registrazioni in sala discografica" attestato non solo "dalla compattezza, dall'organicità e dall'espressività delle stesse esecuzioni", ma anche "dalla straordinaria serie di fotografie scattate da Mimmo Jodice in sala durante le registrazioni": fotografie che, ritraendo la singolarità espressiva degli esecutori, la tensione drammatica dei loro volti, attestavano magnificamente come anche  in sala di incisione tutto si fosse svolto "ai limiti della possessione magica del rituale". 
Nel rimettere mano, trent'anni dopo, a questa sua memorabile impresa, in vista del volume con sette cd allegati, Son sei sorelle che ha costituito l'avvio delle attività dell'Archivio Sonoro della Campania, De Simone, aggregando ai materiali in studio quelli raccolti sul campo, ha offerto una mirabile riprova della bontà di quella sua intuizione data l'impossibilità di distinguere - al di là degli aspetti più strettamente tecnici - le registrazioni in studio dai brani raccolti sul campo, individuati in un lungo e meticoloso lavoro di selezione: le une e gli altri, secondo l'inarrivabile sensibilità musicale dell'autore de La gatta cenerentola, sono stati così ordinati come una straordinaria sinfonia che restituisce all'ascolto il canto corale di un popolo, l'anima e il cuore palpitante di una tradizione che, oggi come allora, si può comprendere appieno soltanto in relazione "al mito e al culto delle sette Madonne: sette sorelle, delle quali sei belle e una brutta e nera che invece risulta essere la più bella di tutte, la Madonna di Montevergine detta 'Schiavona', ossia nera". 
Dai possenti canti sul tamburo, con le innumerevoli varianti delle tradizioni locali, alle tarantelle e canti "a figliola", dagli strambotti e ninne nanne fino a un'insospettata tradizione di canto sociale e politico, si dispiega così la possente forza stilistica e comunicativa dell'espressività popolare, colta al massimo delle sue potenzialità, attraverso i suoi interpreti più rappresentativi, protagonisti tanto delle registrazioni in studio quanto di quelle sul campo: Giovanni Coffarelli, grande cantatore dotato di una potenza vocale e di un'energia sonora non più eguagliate, Giulia Ciletti, rarissima superstite delle lamentatrici funebri presenti in Irpinia, Antonio Torre, il più valente suonatore di tamburo della Campania, il suo omologo femminile, Rosa Nocerino, "vera regina del tamburo" e tutti gli altri depositari di una cultura secolare, dotati di una sacerdotale sacralità che determinava lo zenit del ritmo e delle modalità stilistiche, in virtù delle quali prendeva vita quel tessuto liturgico di dialoghi e improvvisazioni in cui si riconosceva tutta una comunità. 

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  • Descrizione

    Si tratta di un canto che si esegue tuttora nella zona amalfitana durante il periodo natalizio, questuando, nelle ore serali, offerte di vino, di frutta e di dolciumi. La forma letteraria, denominata "zingarata" secondo la classificazione colta, è caratterizzata da strofe tetrastiche costituite da tre settenari e da un quaternario (ABBC – CDDE – EFFG – ecc.). Purtuttavia, nelle esecuzioni popolari connotate dal carattere estemporaneo, la successione delle strofe non segue rigorosamente l’ordine progressivo del testo, e quindi ne vanifica la conseguenzialità rimica. I contenuti traggono argomento da episodi dell’infanzia di Cristo (nascita, annunzio ai pastori, adorazione dei Magi, strage degli innocenti) o da vizi e peccati collettivi, satiricamente evidenziati e imputati perfino alle Autorità religiose e politiche. La struttura musicale si vale di una melodia tonale in 6/8 di derivazione semicolta o artigianale, assunta dai cantori di tradizione orale, che ne variano le linee, adattandole al loro stile e alle personali tessiture vocali. Ad ogni strofa eseguita da un singolo cantore segue la ripetizione corale degli ultimi due versi. L’assetto strumentale è costituito da una squadra di suonatori di tamburi a cornice che appoggiano il canto secondo formule ritmiche e stile che contrassegnano l’accompagnamento dei canti sul tamburo nelle località a ridosso della costiera amalfitana. L’esecuzione, di tanto in tanto, si arresta per dar luogo alla recitazione di un componimento monorimico giullaresco di carattere satirico e augurale.

    Data: 1974

  • Durata 09:53
  • Luogo Maiori
  • Provincia Salerno
  • Regione Campania
  • Esecutore Anonimi: voce, tamburi a cornice
  • Autore Roberto De Simone

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  • Descrizione

    Estemporanea suonata di zampogna che nel Cilento, a detta degli informatori, ha il potere e la funzione di richiamare e radunare le pecore intorno al pastore che suona. L’esecuzione, registrata in aperta campagna con uno strumento a cinque palmi, presenta carattere virtuosistico per le frequenti microfioriture prodotte con le due canne melodiche. La struttura musicale si vale di cellule ricorrenti, di formule precomposte, di un ritmo libero, che ne consentono una lunga durata, in cui l’esecutore dispiega tutta la sua fantasia inventiva e la sua abilità tecnica di fiato e di dita. Si può rilevare, tra l’altro, che le numerose acciaccature melodiche ed i mordenti sembrano imitare lo stesso belato delle pecore.

    Data: 1993

  • Durata 02:52
  • Luogo Colliano
  • Provincia Salerno
  • Regione Campania
  • Esecutore Rocco Carbone: zampogna
  • Autore Roberto De Simone

  • Genere Audio
  • Audio

  • Descrizione

    Per i festeggiamenti in onore di sant’Antonio Abate, a Portico, a Macerata Campania e a Caturano, (provincia di Caserta) tuttora si adornano dei trattori da trasporto con frasche di palma, sui quali prendono posto dei giovinetti al di sotto dei diciotto anni, che percuotono ritmicamente delle botti, dei barili, dei mastelli e delle falci. A regolare il ritmo è un giovane più adulto detto "capo paranza", il quale dirige l’esecuzione mediante secche esortazioni verbali e un fischietto. Le fasi ritmiche sono quattro: un andamento animato detto pastallessa; un moderato ritmo di tarantella – marcia sul quale si cantano delle canzoni cariche di allusioni erotiche (‘a campagnolasei sorelle’a mamma ’e sant’AntuonoCicerenella ecc.); la "musica dei morti" o grancascia, che conduce l’andamento del carro fra i sentieri della campagna; "il rullo", attivato da un frenetico battere delle percussioni e animato dal "capo paranza" mediante prolungati e assordanti suoni di fischietto.
    Nel 1973 rilevammo il documento sonoro, in cui il "capo paranza" cantava Le sei sorelle: una canzone probabilmente attinta dal repertorio militaresco delle reclute o dei soldati in servizio militare.

    Data: 1973

  • Durata 04:32
  • Luogo Campagna nei pressi di Portico
  • Provincia Salerno
  • Regione Campania
  • Esecutore Anonimi: voce, percussioni, fischietto
  • Autore Roberto De Simone

  • Genere Audio
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  • Descrizione

    Registrazione effettuata nel periodo carnevalesco in un ristorante-ostello tra Avellino e Mercogliano. Gli esecutori mettevano in atto le licensiosità verbali del Carnevale mediante un sapido repertorio di parodie caricaturali del mondo femminile, della loro contradditoria religiosità, del sentimentalismo espresso dai prodotti della Canzone napoletana. La performance comprende la recita di un rosario grottesco di tipo carnevalesco, carico di giocose espressioni dissacratorie. Gli argomenti, ovviamente, assumevano toni e linguaggi nettamente espressionistici, ma, quantunque trasgressivi, essi conservavano un’epicità esecutiva che escludeva il compiacimento, garantendo il carattere ritualistico, spersonalizzato e collettivo del brano eseguito. A dirla con Michail Bachtin: "Così questo linguaggio, liberato dal potere delle regole, delle gerarchie e dei divieti della lingua comune, si trasforma in un certo senso in una lingua a sé, che, paragonata alla lingua ufficiale, è una specie di argot, ma questo linguaggio crea contemporaneamente anche una collettività particolare, una collettività schietta e libera nel suo modo di parlare e in cui è implicito un rapporto familiare fra le persone. Questa collettività era, in sostanza, la folla in piazza, la folla soprattutto nei giorni di festa, di fiera e di carnevale". Il gruppo sembrava esprimere, collettivamente, una consapevolezza di appartenenza largamente condivisa dalla società, nella quale, a volte, essi pur si sentivano discriminati. Del resto, gli stessi esecutori ribadivano la loro sincera devozione per il Volto Santo e per la Madonna di Montevergine.

    Data: 1973

  • Durata 02:07
  • Luogo Zona avellinese
  • Provincia Avellino
  • Regione Campania
  • Esecutore Anonimi: voce
  • Autore Roberto De Simone

  • Genere Audio
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  • Descrizione

    Durante il Carnevale di quell’anno avemmo occasione di registrare l’esecuzione di una banda musicale che processionalmente conduceva il ballo della "Vecchia del Carnevale" (un’antica maschera bicefala che rappresenta un Pulcinella nano, munito di castagnette, a cavalcioni di una vecchia che lo trasporta in giro ballando). Su un animatissimo ritmo di tarantella si susseguivano rapsodicamente i temi delle più note danze di tal genere, anche di irradiazione colta, tra i quali quello tratto dall’opera Piedigrotta di Luigi Ricci (1851).

    Data: 1975

  • Durata 08:25
  • Luogo Sala di Serino
  • Provincia Avellino
  • Regione Campania
  • Autore Roberto De Simone

  • Genere Audio
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  • Descrizione

    La Canzone di Zeza è un contrasto drammatico carnevalesco, interamente cantato, che tuttora è rappresentato ritualmente in diversi luoghi dell’Irpinia. Ma era a Bellizzi – fino a qualche anno orsono – che la manifestazione presentava carattere di maggiore identità, risultando stilisticamente incontaminata e fedele alla tradizione. L’azione si svolge fra cinque personaggi così denominati: Pulcinella (padre e marito), Zeza (sua moglie), Porziella (loro figlia), un pescatore (pretendente di Porziella), Don Zenobio (studente in legge, amante di Porziella). I ruoli sono coperti esclusivamente da uomini. L’esile trama della commedia espone il conflitto fra Pulcinella e Zeza, il cui oggetto del contendere è rappresentato da Porziella, loro figlia, assecondata dalla madre nel suo amoreggiare col pescatore e poi con lo studente Don Zenobio, ma ostacolata dal padre contrario alle nozze. Ovviamente la vicenda si conclude felicemente e sfocia in una animatissima quadriglia danzata da un coro in maschera di venticinque persone (ovvero di quattro gruppi di interpreti della commedia carnevalesca). L’esecuzione vocale è sostenuta da una banda musicale composta da clarinetto, tromba, sax tenore, trombone, bombardino, grancassa, tamburo e piatti, diretti dal cosiddetto "Gran turco", una maschera orientale, munito di scimitarra con la quale egli dirige la manifestazione. I componenti dell’organico strumentale suonano a memoria seguendo le indicazioni del "Gran turco", che segnala le progressive articolazioni del testo nonché i mutamenti melodici. Infatti, le frasi musicali del canto sono tre: una prima frase di stile semicolto, che presenta qualche tratto modale affine alle villanelle cinquecentesche; una seconda melodia, estesa nell’àmbito di undici suoni, che sembra derivare dal repertorio melodrammatico del primo Ottocento; una terza frase che mostra discendenze dalle danze da salotto ottocentesche. Lo stile vocale è connotato da un violento modo di attaccare il canto con un salto discendente di ottava. Altra marcatura è costituita da un’esasperata tendenza a spingere l’emissione vocale oltre la tessitura centrale in cui sovente è articolata la melodia, con frequenti riprese gridate, al limite della sgranatura del suono. La tonalità d’impianto è il Fa maggiore.

    Data: 1974

  • Durata 02:10
  • Luogo Bellizzi
  • Provincia Salerno
  • Regione Campania
  • Esecutore Anonimi: voce, banda (clarinetto, tromba, sax tenore, trombone, bombardino, grancassa, tamburo e piatti)
  • Autore Roberto De Simone

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  • Descrizione

    Esecuzione rituale per un giorno festivo dedicato a Santa Maria del Sacro Monte (un santuario collocato presso Novi Velia sull’altissimo Monte Gelbison), dove convergono gli zampognari cilentani che suonano in onore della Madonna. È notevole il virtuosismo dell’esecutore, sia per intonazioni sia per creatività estemporanea, espressa mediante moduli e cellule musicali continuamente variati ed elaborati.

    Data: 1993

  • Durata 02:11
  • Luogo Colliano
  • Provincia Salerno
  • Regione Campania
  • Esecutore Rocco Carbone: zampogna
  • Autore Roberto De Simone

  • Genere Audio
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  • Descrizione

    Il documento musicale testimonia una forma di canto bivocale che, con qualche diversificazione, in area cilentana assumeva la principale funzione di accompagnare il gesto lavorativo nelle campagne. Il sostegno strumentale è chiaramente un adattamento armonico che, articolato sul rapporto di tonica e dominante, allude anche ad un trascorso impiego della zampogna, in parte sostituita dalla fisarmonica. Ovviamente, eseguiti nei campi, tali canti presentavano esclusivamente un assetto vocale. Purtuttavia, l’accompagnamento degli strumenti (fisarmonica, violino, chitarra battente) era praticato, come già si è detto, in occasione di feste, di pellegrinaggi, di manifestazioni conviviali o di serenate, quando a cantare erano due uomini. L’esecuzione prignanese, messa in atto da due donne, evidenzia un’altissima tessitura vocale, spinta agli acuti con una tecnica di gola che non compromette mai l’intonazione e gli insidiosi passaggi di mutazione timbrica.

    Data: 1979

  • Durata 03:42
  • Luogo Prignano
  • Provincia Salerno
  • Regione Campania
  • Autore Roberto De Simone

  • Genere Audio
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  • Descrizione

    Drammaturgicamente la Canzone di Zeza osservata a San Potito presenta le medesime connotazioni che si riscontrano un po’ dappertutto in tale brano. Innanzitutto, i personaggi femminili sono rappresentati da uomini travestiti da donna. Purtuttavia, notiamo che i personaggi dell’azione sono soltanto quattro, due dei quali hanno nomi differenti. Quindi, essi sono: Pulcinella (padre e marito), Zeza (sua moglie), Vincenzella (loro figlia), e Don Nicola (studente in legge, amante di Vincenzella). E da fonti storiche, inclusa la relativa documentazione pubblicata da Benedetto Croce, sappiamo che con gli stessi nomi era articolata a Napoli la secolare rappresentazione carnevalesca fino alla metà dell’Ottocento, quando essa era viva nella tradizione popolare (mutava solo il nome di Vincenzella che talora era chiamata anche Tolla, ossia Vittoria). La struttura poetica (anche se metricamente fluttuante e poco stabile) consta di strofe di due frasi che comprendono ciascuna due ottonari e un endecasillabo, il quale ha le sillabe finali in rima baciata col secondo ottonario (ABB – CDD). La forma musicale, osservata a San Potito, mostrava una cifra stilistica di carattere arcaico alquanto insolita. Difatti, le linee melodiche riscontrate altrove sono di ascendenza semicolta, e probabilmente di origine cinquecentesca (villanella). Per tale motivo, in esse, la prima frase di tono maggiore cadenza armonicamente sul sesto grado minore, mentre la seconda frase conclude sulla tonica. La rappresentazione, rilevata a San Potito, era eseguita monodicamente nello stile di canto "a distesa", senza l’accompagnamento di banda che, di solito, in Irpinia sostiene le parti cantate. Infine, nell’ultima parte della rappresentazione, prendono avvio delle strofe poetiche metricamente differenti, che poggiano su una linea melodica desunta da un’antica marcia borbonica da parata.

    Data: 1974

     

  • Durata 02:10
  • Luogo Bellizzi
  • Provincia Salerno
  • Regione Campania
  • Esecutore Anonimi: voce, banda (clarinetto, tromba, sax tenore, trombone, bombardino, grancassa, tamburo e piatti)
  • Autore Roberto De Simone