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02 In Campania non è la solita canzone

  • Genere: Testo
  • Descrizione:

    Per la rubrica Dove rinasce il folk Salvatore Bianco si interroga sulla presenza di un folk autentico nelle comunità rurali e nel capoluogo campano, fotografando la scena dei gruppi di riproposta, il panorama delle feste tradizionali, con una guida d'eccezione: Roberto De Simone.
    "Pochi mesi fa a Sant'Anastasia, un chilometro da Pomigliano d'Arco, il paese dell'Alfasud. All'improvviso uno scoppio. Non si è ancora spento il boato che tutti gli abitanti si rendono conto della tremenda realtà: la Flobert, una fabbrica di armi-giocattolo, è saltala in aria. Morti e feriti. Fra quanti accorrono per primi sul luogo del disastro ci sono anche dei giovani che alla fine del '74 si sono riuniti con l'intento di riproporre il folklore della zona. Giovani, lavoratori e studenti, noti ormai con il nome di Gruppo operaio 'E Zezi. Dalla scioccante esperienza di Sant'Anastasia nasce un canto di rabbia: 'A Flobertla vicenda della fabbrica, una ballata dolorosa, chi la ascolta ha l’impressione di sentire i racconti dei vecchi cantastorie".
    L'autore riflette sul folk come veicolo di interpretazione di un fatto moderno per il tramite di antichi mezzi di espressione, come motivazione socio-politica legata alle rivendicazioni della sinistra operaista, ma "quello di Pomigliano d'Arco non è l'unico revival. Nel filone di questa riproposta folkloristica a vari livelli va inserita Concetta Barra, cantatrice di Procida, considerata 'l'espressione stilisticamente più autentica' e più aderente a certi modelli che sono propri del popolo, non solo della sua isola ma anche di zone come il nolano e il casertano", concludendo che "nella città il folklore, quello vero, non si mostra, resta solo un fenomeno di riverbero perché viene disgregato dalle stesse strutture urbane che non gli consentono articolazioni e finiscono per disgregarlo".
    Mutuare le forme culturali delle comunità rurali in ambiente urbano è, quindi, un modo di affrontare coralmente disagi e miserie, "diversamente dalle crisi borghesi che sono individuali e si risolvono dallo psicanalista non esistendo modelli collettivi nei quali identificarsi".
    Ne è un esempio la festa della Madonna dell'Arco: una corsa forsennata dei devoti che da secoli si svolge ogni lunedì in Albis fino alla sede del santuario che dista una decina di chilometri da Napoli, si tratta di "riti, canti, celebrazioni o rappresentazioni con l'impronta, il marchio della cultura popolare che li ha generati. Questo folk, alla fine, che nasce e trova nutrimento da un memen­to di coralità, neutralizzando attraverso il rito collettivo la con­dizione di emarginato del singolo individuo, diventa automaticamen­te protesta e contestazione. Spec­chio di una realtà, dunque, che il facile bozzettismo della felicità pa­storale ad uso turistico, ammannita con frequenza dalla musica di consumo, cercava di camuffare, quasi che non fosse mai esistita una questione meridionale.
    Il folk campano autentico, quin­di, sembra risiedere prevalente­mente in provincia, nei centri di campagna, nelle isole, nei villaggi marini. In realtà, a guardar bene, ha ragione chi sostiene che que­sto folk nessuno l'ha fatto rina­scere oggi perché è sempre esi­stito. Tutt'al più oggi si è preso nota della sua continuità e vali­dità, persino a dispetto della col­pevole ignoranza della sua esistenza. Semmai oggi appare difficile sottrarlo alla voracità di coloro che vorrebbero strumentalizzarlo per fini non sempre esclusivamen­te commerciali.
    Una riprova palmare, pratica persino, di questa immutata so­pravvivenza di un folk autentico nelle zone rurali dell'hinterland, la possiamo avere in Via Salaiola Orto del Conto, a Napoli, nei pres­si di Piazza Mercato dove fu giu­stiziato Corradino di Svevia, dove c'è la Chiesa del Carmine che vide l'ultima prodezza di Masaniello. Qui abita e lavora Salvatore Buc­cino, superstite Orfeo dei balli po­polari. E' l'uomo - l'unico in tut­ta la Campania - che ancora co­struisce tamburelli, putipù e scetavajasse, strumenti che hanno sempre accompagnato i canti po­polari e che oggi forse hanno ac­quistato una dimensione turistica. Ma sono proprio questi strumenti che simboleggiano l'enorme nume­ro di feste popolari (300 nella in­tera regione e circa mille in tutto il Sud) dalle quali si può attin­gere presumibilmente il folk più autentico o quanto meno, il più istintivo. Salvatore Buccino le co­nosce tutte e in ogni festa orga­nizza il suo posto di vendita. Oltre agli occasionali acquirenti, questo ultimo Orfeo di Napoli fornisce i tamburelli sia ai gruppi del revi­val (la stessa Nuova Compagnia di Canto Popolare) sia a quelli autentici che esprimono il folk nei loro momenti rituali. Tra i suoi clienti c'è anche un'anziana ma formidabile suonatrice di tamburello diventata famosa, e non solo a Somma Vesuviana, il paese di nascita, per le sue tammurriate.
    Il folk dei momenti rituali, testimonia Roberto De Simone, è quello dei gruppi di Giugliano, di San Sebastiano al Vesuvio, di Montemarano, di Bellizzi.. C'è poi il gruppo che fa capo a Menecone un personaggio di Torre del Greco, noto per i suoi canti nel santuario di Montevergine, la Zabatta di Ottaviano ed infine, il più significativo, quello della Paranza di Ognundo. La Paranza - una paro­la che sta per equipaggio, ciurma, associazione di persone - è formata da venti uomini che in mag­gioranza hanno superato la cinquantina. Vivono a Somma Vesuviana e i loro 'momenti rituali' sono legati alla festa della Ma­donna diCastello il cui santuario si trova alle pen­dici del Monte Somma. Nel loro repertorio figurano canti di carrettieri, di po­tatori, canti a figliolafronn' 'e limone e tammurriate, dentro i quali si mescola l'elemento reli­gioso (il canto votivo in onore della Madonna) e quello ricco di allusioni ses­suali come la famosa Ta­rantella d’o cucuzziello. Il capoparanza, Gennaro Al­bano - che tutti chiama­no semplicemente Zi' Gen­naro - ci ha raccontato dello strepitoso successo conseguito dal gruppo negli Stati Uniti questa estate: la Paranza di Ognundo si e esibita su invito della Smithsonian per il Festi­val Internazionale del Folk USA. Ed è lui stesso che ci ha ricordato il nome di un pioniere della ricerca, l'americano Alan Lomax, che fra il 1953 e il 1954 ese­guì le prime registrazioni dei canti popolari campani. Dagli anni di Alan Lo­max a quelli di De Simone (il lancio della Nuova Compagnia di Canto Popolare risale al 1967). Lo studioso napoletano si ritiene oggi pago dell'interesse che ha saputo suscitare intorno al fenomeno. Adesso la sua attenzione è rivolta altro­ve, al folk gestuale: 'Lo sbocco del futuro è nel ge­sto che è quindi teatro'. L'importante è che si sia risvegliato in Campania un amore per la ricerca del folk autentico: studiosi co­me Diego Carpitella e An­nabella Rossi, le cui inda­gini si sono rivolte ad approfondire anche altri lati del momento folk, ne sono gli attuali protagonisti.

    Annabella Rossi, diret­trice del Centro Ricerche del Museo nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari di Roma, autrice fra l'altro di un saggio sulle 'feste dei poveri' (ed. Laterza), ha voluto precisare che queste indagini per dare risultati positivi devono es­sere il frutto della colla­borazione di esperti di va­rie discipline, il musicolo­go, il sociologo, l'antropo­logo e l'economista. 'E' necessario insomma affron­tare il problema in manie­ra interdisciplinare'. Con­seguenza immediata di tali intendimenti è un nuovo saggio che vedrà la luce a dicembre, dal titoloRituali di Carnevale in Campa­nia. dovuto alla stessa An­nabella Rossi, Roberto De Simone, Paolo ApolitoEn­zo Bassano (per le regi­strazioni), Marialba Russo(per le fotografie) con il contributo degli studenti del corso di Antropologia Culturale dell'Università di Salerno.
    Se alla fine volessimo permetterci un'impressione personale, dovremmo dire di aver capito che il folk, anche se non percepito sempre nei suoi momenti di ritualità più genuina, resta pur sempre valido se si trasforma in un veicolo: a queste condizioni, anche senza mediazioni subalter­ne esaurisce la sua funzio­ne. Così per esempio ci possiamo spiegare che in una celebre festa campana come quella dei Gigli di Nola (enormi torri di cartapesta e di legno portate a spalla da una carovana che procede ballando fre­neticamente lungo tutta la città) che dovrebbe rappresentare il ritorno di San Paolino, reduce dalle pri­gioni africane, il soggetto della manifestazione sia stato recentemente Salva­tore Allende, il presidente cileno assassinato".

    Data: settembre 1975

  • Luogo: Napoli
  • Provincia: Napoli
  • Regione: Campania
  • Autore: Salvatore Bianco