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19 Il Venerdì Santo secondo la tradizione delle Confraternite nel Cilento

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    Ancorate a una secolare tradizione sono le manifestazioni cilentane che, ad opera di numerose confraternite, si svolgono nel giorno del Venerdì Santo. A partire dalla decade che precede le celebrazioni pasquali, i confratelli delle suddette associazioni si radunano privatamente e iniziano a concertare i canti di un eterogeneo repertorio, che, sia pure articolato secondo un modello comune, varia da luogo a luogo – ed è interessante osservare le procedure atte alla conservazione dei materiali poetici e delle prassi musicali secondo la tradizione orale, che informa peculiarmente lo stile esecutivo. Nel primo mattino del Venerdì Santo, i confrati indossano l’uniforme ufficiale costituita da una tonaca e da un cappuccio bianchi, da una corta mantellina, detta "mozzetta il cui colore varia secondo l’appertenenza a una data confraternita. Poi, preceduti da un crocifero con labaro, si dispongono su due file parallele e, processionalmente, seguendo un complesso rituale itinerante, si recano in visita presso diverse chiese del Cilento, in cui è allestito il cosiddetto "Santo Sepolcro"; quivi svolgono la cosiddetta funzione, consistente in una alternante coreografia di drammatica circum-ambulazione in senso antiorario, condotta e disciplinata da colpi di bastone battuti sul pavimento, con fasi di soste in cui si eseguono progressivamente intonazioni di strofe d’ingresso prevalentemente bivocali, a mo’ di parodo; laude in endecasillabi; intonazioni di carattere monodico riferite al Miserere o Salmo 50 di Davide; parafrasi dello Stabat Mater, del Pianto di Maria; varianti riferite all’episodio dell’incontro tra Cristo e la Madonna; e, in conclusione, strofe finali di esodo. Terminate le visite programmate in diversi paesi, i confratelli in tarda serata rientrano in sede e ripetono conclusivamente il rito devozionale nella chiesa di afferenza. Le registrazioni di riferimento da noi riportate furono effettuate ad Acciaroli nella chiesa della S.S. Annunziata, in cui osservammo le manifestazioni, ciascuna delle quali si protrasse per circa trenta-quaranta minuti, secondo una formalizzazione strutturale estesa e condivisa da tutte le associazioni. Ciascun gruppo era composto da una trentina di confratelli dei quali i più numerosi formavano due compagini corali di tenori e di bassi, e dei rimanenti facevano parte il crocifero, due capicoro muniti di bastone pastorale, i solisti di canto, i recitanti e i figuranti. L’azione si snodava all’interno del sacro luogo con un percorso circolare in senso antiorario, e aveva come punto di riferimento la rappresentazione del Santo Sepolcro allestita ai piedi di una cappella laterale, collocata a destra guardando. Preceduti dal crocifero, da uno o da due cantori solisti e dai confrati muniti di bastone, i componenti del primo coro si disponevano in cerchio dopo l’ingresso della chiesa, e iniziavano a cantare un brano a due voci pari, connotato da uno stile vocale assolutamente estraneo alle pratiche polifoniche di tipo accademico. Terminata l’esecuzione, a un colpo di bastone, il primo coro avanzava fino a girare emiciclicamente dopo la rappresentazione del Sepolcro, e il secondo coro, entrato e disposto nel fondo della chiesa, ripeteva il brano eseguito precedentemente, mentre alcuni si inginocchiavano e, raccolta una disciplina collocata presso l’altare in cui era esposto il Santissimo Sacramento, prendevano a battersi simbolicamente. Successivamente, aveva luogo un’orazione di un solista, o una lauda di carattere drammatico, terminata la quale, il primo coro, nella nuova postazione, cantava un secondo brano bivocale. L’azione proseguiva con le medesime modalità, secondo le quali si alternavano i canti corali, quelli solistici, i gesti penitenziali del battersi e le orazioni recitate, fino a replicare il cammino circolare per tre o più volte. Poi il gruppo usciva di chiesa, presso la quale già attendevano i componenti di un’altra confraternita, che si disponevano ad eseguire la loro rappresentazione. Crediamo opportuno fornire alcuni ragguagli circa la struttura e lo stile di canto relativo alle esecuzioni registrate. Le strofe del testo talora si compongono di quattro versi settenari, cui fa seguito una replica di due versi. Altrove si riscontrano strofe di quattro distici endecasillabi. Lo schema melodico di base ricalca chiaramente le forme di canto cilentano di tradizione contadina, sia pure più irrigidito in schemi corali e polivocali, praticato in tessiture più basse di quelle che vengono impiegate nei canti profani. Lo stile presenta forte intensità di emissione vocale, timbri gutturali e nasali, frequente impiego di suoni vocali glissati, nel rispetto della tradizione; purtuttavia, laddove le compagini corali sono costituite da vocalisti più giovani, le connotazioni stilistiche appaiono attenuate. Ma è da notare che le parti musicali dei canti sono trasmesse solo oralmente. Nel corso delle prove gli anziani attivano l’insegnamento ai giovani mediante esecuzioni dimostrative. Le manifestazioni che osservammo si riferiscono ai gruppi di tre confraternite che si succedettero in tal modo: il gruppo di Omignano, quello di Stella Cilento, quello del Pio monte dei morti di Valle Cilento. Particolare intensità raggiunse l’ultimo gruppo mediante la rappresentazione di un dialogo d’addio fra Cristo e la Madonna. La figura del Redentore era impersonata da Sabato Antonio Di Matteo di anni sessantacinque e quella di Maria da Alfonso Falcione di anni novanta.

    Data: 1999

  • Durata: 18:14
  • Luogo: Acciaroli
  • Provincia: Salerno
  • Regione: Campania
  • Autore: Roberto De Simone