P. Apolito, Olevano sul Tusciano1 1973
Documenti sonori registrati a Olevano sul Tusciano l’8 maggio del 1973 in occasione dei festeggiamenti in onore di San Michele, santo patrono del paese. La festa si ricollega a un leggendario avvenimento nel quale il popolo olevanese, preda di continui attacchi da parte dei pirati saraceni, chiamato a raccolta dal suono di pifferi e tamburi oltre che dallo sventolio delle bandiere, li avrebbe respinti scacciandoli verso il mare. Ancora oggi si suole celebrare questa giornata accompagnati dal suono del tamburo (suonato da molti in paese) e del piffero, chiamato in dialetto olevanese anche 'o sisc' (purtroppo attualmente sarebbero rimasti soltanto due suonatori di questo strumento: l’anziano Zì Mario Viscido e la più giovane Carmela che cerca di tramandare il frasario melodico appreso dagli anziani). La tradizione olevanese legata a questi due strumenti sarebbe antichissima: secondo Alessandro Di Muro, resti di flauti medievali (in osso di capra) risalenti all’ XI sec. sarebbero stati ritrovati durante degli scavi, da lui stesso condotti, presso la grotta di San Michele (si veda il volume La Grotta di San Michele ad Olevano sul Tusciano, 2011).
I suonatori di tamburo e piffero, insieme agli sbandieratori (si ricordano nel paese in particolare i nomi di Giovanni Cirigliano e Alberto Cicatelli), guidano la processione che si tiene ogni anno, seguiti da un gruppo di portatori (che si alternano durante il lungo e faticoso tragitto) che portano a spalla la statua del santo, dalle "pie donne" (che un tempo procedevano scalze) e dai devoti con un tipico abito rosso con cappuccio bianco e mantellina che indica la confraternita di appartenenza (ce ne sono ben tre nel paese), poi sfilano il parroco, le autorità civili e militari del paese, una banda musicale (che esegue marce e musica sacra) e, infine, la folla di fedeli, molti dei quali portano le cosiddette cende ovvero delle suggestive composizioni di ceri, a forma di nave. Si parte da Monticelli, una delle tre frazioni del paese, per poi attraversare e sostare anche nelle altre due, ovvero Airano e Salitto, dove infine ci si ferma in un grande spazio aperto, in località Cannabosto, per celebrare la santa messa. Da qui, dopo una gara di fuochi pirotecnici, comincia la faticosa e impervia ascesa (a cui infatti solo pochi "coraggiosi" fedeli partecipano), attraverso la valle del Tusciano, per raggiungere la grotta di San Michele Arcangelo detta anche grotta dell’Angelo, una cavità naturale situata sul Monte Raione chiamato dai locali Monte Sant’Eramo o Sant’Elmo. Ivi sorge un ampio complesso religioso di grande importanza storica (secondo Di Muro già dal VII sec. nella grotta vi era un santuario micaelico longobardo) composto da cinque edifici (denominati martyria): una basilica (con affreschi di epoca bizantina), due edicole votive, una chiesa e un oratorio. Si narra che in passato, in particolare nell’800, accompagnavano la processione anche persone che portavano con sé un’arma da fuoco a canna mozza chiamata pistone, usata dai briganti dell’epoca. L’arma, i cui spari erano particolarmente assordanti, veniva adoperata durante l’ascesa verso la grotta, oggi ai colpi scuri del pistone si sono sostituti i fuochi di artificio di cui si organizza, come già detto, ogni anno una gara con relativo premio alla ditta vincitrice.
Secondo la leggenda, San Michele si era stabilito su una delle due alture del paese, cioè Monte Castello, mentre Lucifero, che capeggiava gli angeli in rivolta contro Dio, sull’altra, vale a dire sul Monte Aureo. Proprio qui era avvenuto lo scontro finale tra i due, un duello di spade che aveva visto la vittoria di San Michele sul Diavolo il quale però, prima di soccombere, aveva sferrato dalla rabbia un calcio contro una roccia, sulla quale sarebbe ancora oggi possibile vedere la sua orma (la zampa del diavolo). Era poi rotolato giù fino alle acque del fiume Tusciano attraverso quello che viene ancora definito scivolatoio del diavolo, dove, da quel momento in poi, secondo il racconto popolare, non sarebbe più cresciuto alcun tipo di vegetazione.
La raccolta in oggetto contiene soltanto due brani suonati da piffero e tamburo a bacchette (brani 01 e 03) ed è per il resto formata da frammenti di interviste, in particolare a un devoto del santo patrono olevanese (brani 02, 04 e 05) che racconta di aver trovato, in seguito ad un sogno rivelatore, una sciabola (risalente probabilmente ai tempi della guerra) scavando proprio dietro l’altare della chiesa di San Michele situata nella grotta. Ricordiamo che nell’iconografia classica San Michele è rappresentato con le ali, poiché "angelo" (o meglio "arcangelo quindi capo degli angeli), con armatura e spada impugnata nella mano, poiché "guerriero" che ha sconfitto Lucifero (l’angelo che si è ribellato al Signore), e talvolta anche con una bilancia, perché secondo la tradizione avrebbe avuto anche il compito della "pesatura delle anime" dopo la morte.
(96 A 108750)

